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Alzheimer: un anticorpo monoclonale la possibile cura?

Recenti studi riguardanti la lotta contro l’Alzheimer hanno mostrato l’efficacia dell’anticorpo monoclonale 12A12 nel contrastare gli effetti della malattia portando ad una regressione di alcuni deficit cognitivi.

 

L’Alzheimer

 

alzheimer, memoria

 

Il morbo di Alzheimer è la forma di demenza più comune che porta, col tempo, alla perdita di memoria e altre abilità intellettuali al punto da non poter più svolgere le normali attività di vita quotidiana. Questa malattia colpisce, in Italia, circa il 5% degli ultrasessantenni.

Questo morbo deve il suo nome al neurologo tedesco Alois Alzheimer che, nel 1907, per la prima volta riscontrò la presenza di placche amiloidi e viluppi neuro-fibrillari in una donna morta a causa di una malattia mentale. Ciò che lui scoprì allora, oggi viene considerato l’effetto della malattia sui tessuti nervosi. Quello che ancora non si sa, è perché ciò avviene e ovvero le cause scatenanti dell’Alzheimer.

Fortunatamente, però, recenti studi hanno portato alla scoperta di una possibile cura.

 

Lo studio

 

alzheimer, anziani

 

Uno studio tutto italiano quello sull’anticorpo monoclonale 12A12, effettuato dall’Istituto di farmacologia transizionale del Cnr in collaborazione con Irccs Fondazione S. Lucia e Fondazione Ebri. A capo del gruppo di ricerca che ha sviluppato questo anticorpo c’è Pietro Calissano, collaboratore di lunga data del premio Nobel Rita Levi-Montalcini.

La ricerca, pubblicata sull’International Journal of Molecular Sciences, spiega l’efficacia dell’anticorpo monoclonale 12A12 nel contrastare l’Alzheimer che, agendo contro un frammento tossico che si genera nella proteina Tau patologica, porta alla regressione di alcuni deficit cognitivi di memoria (spaziale o di riconoscimento).

Da sottolineare il modo in cui sono stati svolti questi studi.  “É stato utilizzato un modello murino non genetico della malattia di Alzheimer che, in quanto tale, riproduce l’ampio ventaglio di caratteristiche neuropatologiche presenti nell’uomo nella forma non ereditaria della patologia” spiega Roberto Coccurello del Cnr-Isc. “Forma che rappresenta circa il 95% della totalità delle diagnosi di Alzheimer” aggiunge Coccurullo. Inoltre, spiega Giuseppina Amadoro del Cnr-Ift “Dati scientifici dimostrano che il rischio di sviluppare demenze e Alzheimer è maggiore in soggetti diabetici con instabilità glicemica”. E aggiunge “Un’alterazione della funzione dell’insulina nel cervello, può innescare una serie di processi neuropatologici che ricalcano quanto osservato a livello neuroanatomico e molecolare nel cervello dei pazienti”.

 

I risultati

 

malattia, cure

 

La somministrazione per tre settimane nei modelli murini di Alzheimer dell’anticorpo monoclonale 12A12, porta alla neutralizzazione della proteina Tau alterata. Di conseguenza, hanno ottenuto un significativo recupero di memoria, la riduzione di Beta amiloide (proteina che se accumulata genera l’Alzheimer) e un ristabilimento di meccanismi legati all’azione dell’insulina nel cervello.

“Lo studio conferma l’effetto neuro-protettivo dell’anticorpo 12A12, già precedentemente validato in modelli geneticamente modificati di Alzheimer, aprendo così la possibilità al passaggio alla sperimentazione clinica di fase 1 sull’uomo” aggiunge Amadoro.

 

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